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02 Aprile 2025

Progetti per il futuro di Roma: si riparta dall’architettura contemporanea in dialogo con la storia

All'OAR archeologi e architetti si sono interrogati sulla tutela del patrimonio storico archeologico e sui progetti urbani per la Città Eterna, tentando di aprire uno spiraglio per considerare le tracce del nostro passato come radici su cui far crescere il contemporaneo.

Comprendere e studiare il passato, tutelarlo e proiettarsi verso il futuro con lungimiranza: «La storia come metodologia del fare contemporaneo», per dirla con Bruno Zevi. Sabato 22 marzo, al complesso monumentale dell’Acquario romano, sede dell’Ordine degli Architetti di Roma e provincia, archeologi e architetti si sono interrogati sulla tutela del patrimonio storico archeologico e sui progetti urbani per la Città Eterna, tentando di aprire uno spiraglio per considerare le tracce del nostro passato come radici su cui far crescere il contemporaneo.

Dal confronto emergono due urgenze: ritornare a costruire architettura contemporanea a Roma in dialogo con l’antico e continuare a studiare e scoprire la storia della città attraverso le indagini archeologiche, valorizzando le testimonianze del passato. La prima è sintetizzata da Marco Maria Sambo, segretario dell’OAR, direttore di AR magazine e coordinatore scientifico della giornata di studi con Gianni Bulian, architetto, già soprintendente. «Il dialogo tra storia e presente – afferma Sambo – deve passare per forza di cose anche per la costruzione di nuova architettura contemporanea, non possiamo non affermare questo concetto all’Ordine degli Architetti di Roma e provincia. Dobbiamo ricominciare a fare architettura contemporanea in questa città. E questo va fatto con attenzione, perché le trasformazioni devono passare per una conoscenza puntuale della storia, non si può prescindere dal fatto che siamo nella Città Eterna; quindi, l’analisi e lo studio diventano fondamentali. Anche l’attenzione alla tutela della storia e del Novecento, che va difeso, non entra in contraddizione con la costruzione della città futura, anzi, la tutela della storia è la radice per guardare alla costruzione di nuove architetture».

E, la storia è scritta anche nella pietra. «L’indagine archeologica come conoscenza del passato e del paesaggio urbano è estremamente interessante. Dobbiamo essere capaci di conservare questa memoria, farla conoscere e contemporaneamente dobbiamo essere in grado di intervenire considerando le stratificazioni e il patrimonio, partendo dalla profonda conoscenza dei luoghi», afferma Alessandro Panci, presidente dell’OAR.

Emerge dagli interventi anche la necessità di una crescita di sensibilità verso il dato archeologico. Lo rimarca Oreste Rutigliano, presidente di Italia Nostra Roma. «Il dovere di chi è a Roma – sottolinea – è far comprendere e riunificare tutte le testimoniane archeologiche che ci invidiano nel mondo e di cui noi siamo orgogliosi». Un concetto accentuato subito dopo anche da Filippo Coarelli, archeologo e accademico dei Lincei, che ricorda l’ipotesi da lui formulata con Eugenio La Rocca, in seguito al rinvenimento di alcuni resti, che il sepolcro e tempio dei Flavi di cui parlano Stazio e Marziale sia davanti all’Aula ottagona, ex Planetario, oggi separato dalla via Cernaia al resto del complesso delle Terme di Diocleziano. «Il Tempio Gentis Flaviae – afferma – era una novità assoluta, poi ripresa nella tradizione: Domiziano fu il primo a proporsi come dio vivente; quindi, l’edificio era insieme tomba e tempio». Il grande edificio dovrebbe essere stato distrutto dalle terme di Diocleziano che vi sono sopra, ma «è probabile che si fosse conservato l’elemento centrale». Coaerelli rimarca la necessità di avviare un’indagine archeologica.

Esempio diverso, ma concetto identico quello espresso da Francesco Scoppola, architetto e restauratore che menziona la via dei Fori Imperiali, «prontamente tutelata». «È di pubblico interesse – ribadisce – e il provvedimento di tutela è uno degli unici, non in Italia ma al mondo, in cui sono bandite esplicitamente le ricerche e indagini archeologiche; l’attigua via Alessandrina del Cinquecento, voluta da papa Pio V, non ha invece un suo provvedimento di tutela, non è di interesse pubblico e la si può demolire impunemente un pezzo alla volta, anche a ridosso del Giubileo 2025».

Gianni Bulian, architetto, già soprintendente – suo il restauro (e l’allestimento) della sala ottagona delle Terme di Diocleziano e di tutto il complesso monumentale, insieme alla sistemazione urbana dell’area archeologica settentrionale delle stesse – si sofferma sul progetto di eliminazione della via Cernaia: «è dal 1911 – rimarca – che Corrado Ricci ne proponeva l’eliminazione collegando le due parti delle terme tagliate dalla strada». Bulian ribadisce la necessità – già espressa da Coarelli – di avviare ricerche nell’area delle terme e dell’Aula ottagona per verificare la presenza del Tempio Gentis Flaviae.

Si resta nel perimetro delle emergenze del complesso monumentale del Museo nazionale romano con Francesco Aymonino, vicepresidente dell’OAR che rende omaggio a Costantino Dardi, raccontando il progetto di rinnovamento e allestimento di Palazzo Massimo e a Maria Letizia (Cina) Conforto, soffermandosi sulla musealizzazione della Crypta Balbi con un percorso che si svolge tra i resti archeologici, pensato per esaltare l’antico e cogliere l’evoluzione del sito leggendo “le pagine di pietra” in un luogo che di fatto diventa così un museo di archeologia urbana. Il racconto sul progetto per Palazzo Massimo, cui lo stesso Aymonino ha partecipato come coordinatore del progetto quando lavorava nello studio dell’architetto scomparso nel 1991, comprende anche l’illustrazione di preziosi disegni oggi conservati all’archivio dello Iuav di Venezia. Un complessissimo progetto che si imposta su un sistema molto rigoroso, partendo dall’apparato decorativo-architettonico del Palazzo, che riprende le geometrie con disegni contemporanei, dalle pavimentazioni (in basaltina e travertino) ai sistemi di illuminazione sospesi a strutture a soffitto, all’allestimento finalizzato a far emergere la potenza espressiva delle opere esposte fino ai dettagli delle basi su cui poggiano i reperti.

Dal passato al presente: i progetti per piazza dei Cinquecento e per i Fori Imperiali, illustrati dai progettisti, rispettivamente Alessandro Cambi (studio It’s) e Maria Claudia Clemente (studio Labics), mostrano in modo concreto il rapporto tra il contemporaneo e la storia e aprono un dibattito sui concorsi di progettazione, nonché sul rapporto tra antico e nuovo, cui partecipano Pio Baldi, architetto, già professore di Restauro, Gianni Bulian, Alessandro Panci, Amedeo Schiattarella, past president dell’OAR, Antonello Stella, architetto e docente all’Università di Ferrara, Emma Tagliacollo, membro del Comitato tecnico per la formazione e membro della Commissione Archivi e Osservatorio 900 dell’OAR . Un dibattito in cui emerge forte la necessità di affermare la centralità del progetto di architettura, di difendere l’autorialità (tema affrontato dal punto di vista legislativo da Maria Vittoria Marini Clarelli, Direzione generale creatività contemporanea – Ministero della Cultura), anche salvaguardando l’unicità del processo di progettazione dall’ideazione fino all’esecutivo allo scopo di perseguire l’interesse pubblico.

Claudia Ricciardi, consigliera OAR e delegata ai concorsi ricorda i tanti concorsi sostenuti dall’Ordine degli Architetti di Roma che restituiscono uno sguardo sulle trasformazioni della città. «La politica – afferma – è chiamata a portare avanti una visione per uno sviluppo futuro della città di Roma e a riflettere sul ruolo che il concorso di progettazione è chiamato a svolgere». Ricciardi ricorda il ruolo culturale del concorso capace di «attuare un cambio paradigmatico, ristabilendo, cioè, la centralità del progetto e il confronto tra progetti considerati non come servizio, bensì come opera d’ingegno».

di Mariagrazia Barletta

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